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Entrare nel Terzo Settore? Questione di punti di vista.

Appena cinque giorni fa abbiamo pubblicato un’informativa sugli strumenti digitali che ai Circoli e ai rispettivi rappresentanti legali (Presidenti) servono per poter operare nel nuovo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) secondo il principio della trasparenza.

L’informativa, accompagnata da riflessioni sulla necessità di un cambio di mentalità richiesto dalla Riforma, ha motivato qualche telefonata preoccupata proprio per la trasparenza che obbliga a correttezza e attendibilità nella rendicontazione delle entrate e nell’impiego delle risorse. Preoccupazione più che giustificata per il fatto che il RUNTS è accessibile a tutti.

La perplessità è comprensibile, ma al primo irrigidimento deve seguire la capacità di accogliere il vero spirito della riforma, che è quello di riconoscere il valore della presenza dei Circoli NOI nel panorama del Terzo settore.

A sostegno della nostra opinione circa la bontà della Riforma, due giorni dopo la nostra pubblicazione, l’Avv. Gabriele Sepio sulla propria Pagina Facebook ha accompagnato un articolo da “Il Sole 24 Ore” titolato “Registro del Terzo Settore, da ieri le iscrizioni con Spid e CIE” con una riflessione dialogica sullo scambio di opinioni con un collega, che conferma più che legittimi i dubbi di molti.

Nostra speranza è che tutti i Circoli confermino la migrazione in atto per diventare Enti dl Terzo Settore (ETS). Per confermare questo auspicio tra la metà di gennaio e la metà di febbraio NOI Verona incontrerà in Circoli il presenza, in quattro appuntamenti ospitati presso qualche circolo.


Avv. Tributarista Gabriele Sepio | “Registro del terzo settore, da ieri al via le nuove iscrizioni

Su questo tema mi piacerebbe fare oggi una piccola riflessione con i tanti appassionati di terzo settore che seguono questa pagina.

Per gli enti non profit diversi dalle Organizzazioni di volontariato e Associazioni di promozione sociale si apre la possibilità di entrare nel registro e diventare ente del terzo settore. 

In questo periodo sui social è molto gettonata la riflessione sull’ingresso o meno nel terzo settore. Quello che noto è che, salvo alcune autorevoli eccezioni, spesso sono riflessioni prive di una visione d’insieme e erroneamente basate su presunte convenienze fiscali o ancora meno individuabili adempimenti.

Voglio fare una riflessione anche io. Molto sintetica. La riforma del terzo settore è una riforma culturale che mette al centro gli enti che saranno e, direi, già sono, punto di riferimento delle istituzioni e della collettivitàGli enti del terzo settore si sostituiscono allo stato e svolgono precise attività sussidiarie a beneficio della collettività. Per questo vi sono bandi, avvisi pubblici e finanziamenti a loro dedicati, per questo possono sottoscrivere convenzioni con gli enti locali in deroga al codice dei contratti e per questo possono fare tanto altro. Anche i bonus fiscali, giusto per fare qualche altro esempio, (pensiamo al 110%, al social bonus etc..) spesso sono rivolti in via esclusiva agli enti del terzo settore 

Insomma per diventare modello di riferimento dell’economia sociale del Paese, gli enti del terzo settore fanno della trasparenza e della rendicontazione dei fondi ricevuti il proprio valore aggiunto

Quindi quando leggo che tra le ragioni per non entrare nel registro del terzo ci dovrebbe essere la preoccupazione di depositare bilanci o rendiconti presso il registro del terzo settore allora mi viene spontaneo un pensiero. 

Se rendicontare e rendere chiara la destinazione dei fondi utilizzati (laddove ve ne siano) è un problema (ivi inclusi quelli pubblici sia diretti che indiretti come nel caso delle agevolazioni fiscali) allora è giusto restare fuori da questo modello culturale chiamato terzo settore

Mi sembra piuttosto scontato pensare che con il varo del nuovo registro del terzo settore sia le erogazioni liberali che gli investimenti pubblici e privati verso modelli non profit, col tempo si dirigeranno inevitabilmente verso quegli enti che scelgono di rendere chiara e trasparente la propria missione sociale e culturale. –> Per chi è interessato ecco l’articolo pubblicato sul quotidiano Il Sole 24 ORE” 


La prima reazione è dell’Avv. Guido Martinelli:


“Caro Gabriele tu hai ragione al cento per cento. Non vi è dubbio che per gli enti che, come giustamente scrivi tu, “svolgono precise attività sussidiarie a beneficio della collettività” l’ingresso nel terzo settore sia opportuno e giusto. Dove divergiamo è che non credo che tutti gli enti non profit diversi da odv e aps abbiano questa funzione. E non possiamo costringerli a entrare nel terzo settore perché non sarebbe il loro mondo e neanche pensare che debbano sparire perché tutte le risorse sono destinate al mondo del terzo settore. La riforma ha scelto affiancandosi al codice civile di essere una opportunità. È giusto che lo sia. Non può diventare un obbligo. Altrimenti lo avrebbe detto il legislatore. E non lo ha fatto.”


E la risposta dell’Avv. Gabriele Sepio

“Caro Guido. Hai ragione sul fatto che non tutti devono entrare nel terzo settore. Non esiste infatti alcun obbligo ma è opportuno fare una distinzione.

Per quegli enti che, come scrivi, non hanno l’obiettivo di svolgere attività di interesse generale il problema non si pone. Non si tratta infatti di enti del terzo settore.

Per quegli enti invece che svolgono attività di interesse generale (sono ben 26 e puntualmente indicate nel codice) non valutare l’ingresso nel terzo settore ha poco senso e significa perdere opportunità che saranno man mano sempre più evidenti. Avere una impostazione ideologica contro il terzo settore fa perdere chance che ormai sono sotto gli occhi di tutti. Un segnale lo stanno dando le grandi reti che fanno tante e diverse attività di interesse generale (sport, cultura e tanto altro) e che guardano al modello culturale della riforma come modello di riferimento.

Quello che voglio dire in sintesi è questo: chi sta ancora a pensare che depositare il rendiconto nel nuovo registro sia un adempimento o che col nuovo registro ci saranno fantomatici controlli, non ha ancora compreso il cambiamento epocale che stiamo vivendo.

Va superata la logica per cui entro nel terzo settore perché ho uno sgravio, un incentivo oppure resto fuori perché non voglio fare alcun rendiconto neanche basilare con entrate e uscite. Quel mondo li a breve vivrà ai margini di un modello non profit che diventa interlocutore, anche grazie alla trasparenza, sia dello stato che del mercato. Insomma si chiama terzo settore perché dialoga con gli altri due non perché è destinato a restare ai margini del sistema italiano


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