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Come sarà il futuro #75

pillola #75

Anche oggi è arrivata la consueta telefonata da un circolo:

“Oggi posso aprire il bar?”

La domanda è ormai “solita”, insistente e, alla luce di quanto ci stiamo dicendo da un anno, anche deludente perché denota una incapacità a capire alcuni concetti base che ripetiamo da sempre, ma che da sempre non sono ascoltati, perché contrari a un sentire diffuso e sbagliato.

Il cosiddetto “bar” del Circolo NON è un bar pubblico, non è un esercizio commerciale, la licenza è “privata” perché la somministrazione è rigorosamente riservata agli associati del Circolo. E questo non vuol dire che un tesserato ha diritto a bazzicare il bar del circolo perché ne è associato; vuol dire piuttosto che il tesserato può utilizzare il servizio di somministrazione al bar solo ed esclusivamente durante le attività da lui svolte nel circolo. Questo concetto dev’essere considerato seriamente, perché un circolo che considera il bar quale attività principale o addirittura esclusiva, commette una spaventosa serie di illegalità, ingiustizie, evasioni.

Il circolo che esercita attività di somministrazione alimenti e bevande (bar) mentre non sono svolte contemporaneamente attività previste dallo statuto:

  1. svolge un’attività commerciale non autorizzata, sanzionata anche con il ritiro della licenza;
  2. commette una ingiusta concorrenza nei confronti dei pubblici esercizi;
  3. opera in contrasto con il proprio statuto;
  4. evade il fisco per le imposte indirette e dirette, per le quali vige l’obbligo di:
    • – chiedere apposita licenza pubblica al Comune;
    • – attivare la partita IVA, e adottare il regime ordinario;
    • – installare il registratore fiscale elettronico collegato all’Agenzia delle entrate;
    • – rispettare gli obblighi del regime IVA ordinario;
    • – dichiarare il reddito annuale, su regolari scritture contabili ordinate;
    • – versare l’IRES e l’IRAP;- versare la TARI prevista per gli esercizi pubblici
  5. opera in contrasto con il Codice del terzo settore, compromettendo l’equilibrio contabile che finisce per escludere il circolo dalle APS.

Ciò che stupisce maggiormente, però, è l’abissale distanza che rimane tra chi vuole aprire il bar e la situazione incancrenitasi con la pandemia. L’apparente urgenza per l’apertura del bar si scontra con qualsiasi riflessione su quanto è avvenuto negli ultimi dodici mesi: dopo le chiusure, i fallimenti, le perdite di posti di lavoro, il distanziamento, le mascherine, le disinfezioni, la paura degli altri, le didattiche a distanza, il blocco di tutto, le distanze dilatate alle Messe domenicali, la sospensione di catechismo, prime comunioni, cresime, battesimi, matrimoni, celebrazioni, ritrovi, commerci, giochi, incontri, … C’è da domandarsi dove viva certa gente, se crede che l’apertura del bar sia la soluzione di tutto. 

Si era cominciato col dirsi che “andrà tutto bene”; dopo appena un mese, i negozianti hanno cominciato a scrivere “non va’ tutto bene”; qualcuno ha scritto “nulla sarà come prima”, e altri “sarà tutto nuovo”. Poi finalmente c’è stata una consapevolezza di essere entrati in una epoca di cambiamenti, che invece era un cambiamento epocale perché sono saltati i modelli consolidati in una crisi di tutte le strutture del passato. Per le comunità cristiane è intervenuto un indebolimento che era iniziato anche prima della pandemia. La pandemia lo ha solo accelerato.

Ci sarà molto da ricostruire prima di rivedere chiese piene e oratori affollati. Operatori, collaboratori, volontari, avranno parecchio da capire, valutare e inventare strategie. Il futuro non è vicino, ma ogni educatore conosce il tempo dell’attesa operosa, pensosa, intelligente, coraggiosa e umile.

“Come sarà bello il futuro” diceva una canzone di tanti anni fa; e NOI vogliamo esserci.

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