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Come avvicinare i giovani al volontariato? Ecco una risposta

pillola #49 

Da VITA di qualche mese fa, periodico interamente dedicato al Terzo settore, copio-incollo un intervento di Stefano Laffi, ricercatore sociale presso l’agenzia di ricerca sociale Codici di Milano, sul volontariato giovanile, che è cambiato, perché tutto è cambiato.

Negli incontri con i responsabili dei Circoli la constatazione più frequente, oltre che amara, è che i bambini sono diminuiti, i ragazzi spariscono e i giovani non ci sono più.

Il mondo è cambiato, tutto è cambiato, anche i giovani sono cambiati. A rimanere sempre gli stessi siamo noi, che non vediamo il cambiamento.

Le associazioni si trovano in casa mutamenti che stanno attraversando il paese, non legati al volontariato.
Il primo fenomeno è chiamato “degiovanimento”: la diminuzione delle nascite degli ultimi 40 anni ha ridotto la presenza dei giovani in termini assoluti e relativi. C’è poco da fare, se non imparare a dialogare coi figli dell’immigrazione, destinati a crescere e probabilmente meno presenti nelle associazioni, perché alcune dimensioni di ideale e di valore professate potrebbero richiedere un adattamento se li si vuole avvicinare.

Il secondo fenomeno è invece nascente, gli anziani volontari sono figli di un altro sistema pensionistico, che ha reso disponibile al volontariato un enorme giacimento di tempo e di salute, ma oggi il sistema non regge più e il mercato del lavoro si sta riprendendo i suoi anziani, procrastinandone l’uscita. Al secondo fenomeno contribuisce anche l’allungamento dell’età pensionabile. È difficile intervenire su questo fattore.

Sull’adesione dei giovani la partita è invece più aperta, a patto di capirne la prospettiva.
La loro vita si è complicata e ora patiscono una sorta di “volontariato involontario e improprio” nell’ingresso all’attuale mercato del lavoro, quando intraprendono un mestiere senza essere pagati (mesi di prova, periodi di stage o altro), quando la paga non arriva per ragioni di crisi accampate dal datore di lavoro, quando sono remunerati solo per parte del tempo prestato e il resto è appunto “volontariato dovuto”, e così via.

Insomma l’accesso al lavoro è oggi così deteriorato da compromettere quella disponibilità potenziale a fare le due cose, se ben distinte, ovvero lavorare (o studiare) e regalare a qualcuno il proprio tempo. Potrebbe essere interessante affiancarli nelle poche battaglie che riescono ad emergere, anche solo per difendere cause e stili del volontariato.

Sappiamo anche che questa condizione di incertezza e precarietà rende loro più difficile fare scelte definitive, dare garanzie, offrire disponibilità rigide: se il martedì sera non li vedi non è detto che se ne siano dimenticati o abbiano perso la voglia, potrebbero aver iniziato un lavoro imprevisto al pub, essere partiti perché hanno superato il test di ingresso in un’altra città, dover accogliere qualcuno nel B&B che stanno cogestendo con altri.

Essendo cambiate le situazioni di partenza – la caduta della certezza della situazione famigliare, residenziale, di studio e lavoro – è difficile dire che oggi i giovani sono meno propensi al volontariato, perché il volontariato si nutre di quelle certezze, non a caso è sempre stato più facile raccogliere adesioni fra chi la stabilità e il benessere li aveva raggiunti.

Quindi, piuttosto che rammaricarci delle assenze, chiediamoci se hanno bisogno di aiuto, in che modo l’associazione può essere una risorse anche per loro.
E qui si gioca una grossa partita, un cambio di paradigma: il ‘900 è stato il tempo del reclutamento di volontari basato su forti ideali e valori, su grandi premesse di principio ad ogni azione.

I figli del nuovo secolo non hanno avuto quella scuola, sono abituati a sopravvivere ad un ambiente in continua evoluzione, sanno di dover essere pragmatici, adattabili, tempestivi.

Non hanno tempo per le premesse, ma sono desiderosi di vedere risultati, di sentirsi efficaci e utili.

Perché il mondo lo vogliono migliorare anche loro, chiedono solo di poterlo fare senza preamboli.

Occorre cambiare prassi di aggancio e autorappresentazione, che non funzionano con le nuove leve: siamo abituati a raccontare la nostra storia, a declamare i nostri principi, a testimoniare le nostre opere.

Ma nessuno entra nella storia di un altro, nessuno è chiamato a collaborare dalla mostra del passato: il racconto va fatto al futuro, serve dichiarare l’urgenza di un mandato che ci viene dalla realtà, bisogna dialogare coi desideri e le aspirazioni dei ragazzi e delle ragazze che si hanno di fronte, allestire compiti che li prevedano in prima persona, per regalare loro quello che cercano nel volontariato, l’esperienza del bene.

È una partecipazione senza appartenenza, che può far scandalo nella sua volatilità: ma il bisogno di agire, di apprendere abilità e di sentirsi utili non è meno nobile di quell’appartenere. I discorsi che contano semplicemente si faranno dopo o durante, non prima, una nuova storia si costruisce insieme. Alla fine l’appartenenza forse si crea lo stesso, solo che non passa per un’adesione ideale ad una storia che non senti come tua, ma per le relazioni che metti in atto nel presente, per quel legame fra pari che i giovani hanno come primato.

Le vite dei ragazzi e delle ragazze di oggi hanno un enorme bisogno di fare esperienza e le organizzazioni di volontariato – assai più della scuola, dell’università, dell’azienda, della famiglia – sono i luoghi in cui possono farle, sono i loro laboratori per sviluppare abilità e capire qualcosa di sé, in un mondo estremamente disorientante. Insomma, per dirla nel linguaggio del volontariato, sono anch’essi una buona causa. È questa funzione educativa e formativa che le organizzazioni devono scoprire e coltivare: nate per dedicarsi agli altri, ora hanno in casa qualcuno di cui occuparsi, qualcuno che forse passa e va, restando anche un giorno solo, ma è importante che si accorgano di lui o di lei, si fermino a capire quale occasione offrire nel proprio ricco agire, prima di lamentarsi del fatto che domani non ci sarà più.

 

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