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Cosa facciamo? Facciamo Qualcosa! … Cosa? … Qualcosa!

Pillola #35 

Cosa facciamo? Facciamo qualcosa! Cosa? Qualcosa!

Provate a ripetere per tre, quattro volte le battute del primo rigo di questa pillola, vi verrà da ridere. A me vengono in mente i quattro avvoltoi del cartone animato “La Spada nella Roccia” sempre in attesa di carogne su cui saltabeccare, annoiati perché non succede niente che dia movimento al loro tedio.

Purtroppo, altro non è che la tiritera infinita di tanti responsabili che vengono a chiedere “cosa facciamo?” e a qualsiasi risposta ci viene detto che ormai non si può più far niente. Troppe proibizioni, troppi ostacoli, troppa burocrazia, troppi vincoli, troppe incombenze, troppo di tutto e tutto di troppo.

37 anni fa, alla domanda “cosa facciamo?”, che voleva dire “cosa potremmo fare per animare il nostro circolo?”, suggerivo iniziative che avevo visto funzionare in altri circoli. Non è mai accaduto che ne andasse bene una. La risposta giungeva inesorabile: “Ah, … beh, … si, … ma, da noi non funziona!”, sempre uguale, sempre la stessa. Tra quelle che suggerivo non c’era iniziativa che potesse essere proposta nel circolo gestito da chi avevo davanti. Allora mi sono sgamato, e alla domanda “che cosa potremmo fare nel nostro circolo?” da trentasei anni rispondo che non sono io a saper cosa può funzionare, servire, essere utile al Circolo.

Il Circolo NOI, che può essere definito anche “Oratorio NOI”, circoscrive e racconta una realtà inserita, viva, vivace nel tessuto della comunità parrocchiale. Nessuno, che non sia membro effettivo e attivo in tale realtà associativa può fornire risposta coerente e competente alla domanda “Facciamo qualcosa! Cosa facciamo?”. Per saper rispondere alla domanda occorre prima riflessione, studio, analisi. A nulla servono gli esempi di altre realtà; a meno che non siano appositamente pensate per il coinvolgimento tra realtà parrocchiali (Circoli – Oratori NOI) limitrofe, di appartenenza a Unità Pastorale.

Posso vantare anche una laurea in Oratoriologia, ma se non vivo nell’Oratorio, se mi manca l’aggancio con la realtà parrocchiale di riferimento, non potrò sapere quali sono le esigenze e le “attese” della Comunità; e per Comunità intendo Ragazzi, Giovani, Adulti che stazionano volentieri all’ombra del campanile.

Sono quattro i filoni di ricerca:

  1. quali sono le risorse di cui disponiamo, non solo finanziarie: disponibilità di persone, capaci, competenti, mature, formate e informate e che dispongano di tempo. Perché ciascuno non pensi di essere solo ad avere problemi logistici, bisogna fare i conti con una diffusa “stanchezza”, con una perdita di sensibilità, di adattabilità (si dice di resilienza); con tendenza a delegare, a far fare agli altri, a non volersi sporcare le mani. Inutile nasconderselo: c’è sempre meno disponibilità a impegnarsi per gli altri, e il problema non è italiano, è il problema di una civiltà sempre più ripiegata su sé stessa;
  2. quali sono i bisogni della comunità: i bisogni sono necessità non percepite, che occorrono per bilanciare le attese, per rendersi consapevoli, per incontrare il nucleo sociale, in cui maturano e si muovono i sentimenti, le capacità di crescere e di far crescere cittadini attenti, perché rispondere ai bisogni vuol dire mettere a disposizione ciò che si ritiene “vitale” per le persone. A tale obiettivo ci si arriva con l’analisi, con lo studio della storia di quel territorio;
  3. quali sono le attese della nostra gente, cosa si aspettano da NOI i nostri tesserati, soprattutto quali sono i filoni di interesse. E con questo non vuol dire che si debba rispondere semplicemente alle attese, vuol dire che le nostro proposte devono essere calibrate su entrambi i filoni della ricerca, ma con un riferimento strettissimo alla proposta pastorale parrocchiale;
  4. qual è il livello di conoscenza (amicizia), collaborazione (disponibilità a lavorare insieme), condivisione (partecipazione attiva alla vita parrocchiale, sacramentale, liturgica) tra le persone di cui al punto 1), perché arrivare a capire quali sono i bisogni e le attese, per un residente è difficile, per un non residente è semplicemente impossibile.

Il discorso non finisce qui. Continua alle pillole #13 “siamo volontari, facciamo del bene” e #08 “materassi, pentole, corsi e varie”.E si conclude con la ripresa di un paio di paragrafi dalla Pillola #06 “Terzo Settore, paura parte III”, che ritengo essenziali.

L’ente associativo (il Circolo/Oratorio NOI) visto nella Riforma del Terzo settore, organizza e gestisce servizi culturali, ricreativi, sportivi, turistico-sociali, teatrali, musicali, mass-mediali; favorisce l’educazione al servizio, alla pratica del dono quale espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo; cura la formazione culturale extra-scolastica; opera nel tempo libero per la formazione e la costruzione fisica e spirituale della persona; valorizza le forme espressive, artistiche e di comunicazione del teatro, della musica, del cinema e dei media; promuove il libero associazionismo sportivo; svolge attività residenziale per bisogni culturali e formativi; accoglienza umanitaria e integrazione sociale dei migranti; attività sportive dilettantistiche; beneficenza, sostegno a distanza, erogazioni a sostegno di persone svantaggiate; promozione della cultura e della legalità, della pace tra i popoli, della non violenza, della difesa non armata; promozione e tutela dei diritti umani, iniziative di aiuto reciproco, gruppi di acquisto solidale.

Si comincia a rendersi consapevoli della nostra funzione nella comunità di riferimento: operare in totale gratuità per la tutela del bene sociale. Influire positivamente e significativamente nei confronti dei cittadini, creando occasioni di socializzazione, di incontro, di attenzione a situazioni di difficoltà. Si tratta di impattare nella comunità di cui siamo parte con la nostra azione finalizzata a promuovere una migliore qualità della vita.

 

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Commenti ( 2 )

  1. Rispondi
    Roberto says:

    Bello, credo che il lavoro più importante sia il cambio di mentalità che ci aspetta, e cominciare dalla domanda più semplice: “se il nostro circolo chiude cosa verrà a mancare alla nostra comunità di appartenenza ?” Buon proseguimento a tutte e tutti

    • Rispondi
      Enrico says:

      Ciao Roberto. Chiedersi che accadrebbe se l’ente dovesse chiudere è una domanda eccezionale. Pensa che con la riforma viene introdotto il concetto (non nuovo in realtà) di analisi delle attività attraverso la stesura del “bilancio sociale” e la “valutazione di impatto sociale” per cui ogni realtà associativa è portata a chiedersi quanto la propria presenza sul territorio può incidere nella qualità della vita dei propri abitanti, oltre a determinare e rielaborare il proprio ruolo all’interno della comunità creando e pensando a come rispondere ai bisogni della gente (wellfare).

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