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Volontariato

Volontariato” è un termine abusato, usato male. In genere si intende fare qualcosa per gli altri senza compenso. Nella definizione, l’accento è tutto sul termine “compenso”. Perché in fine vogliamo dire, o far sapere, che si lavora “gratis”, senza essere pagati.

In Francese, il termine “volontari” è espresso meglio con “bénévoles”. Che potrebbe essere tradotto con “benevolenti”. “Benevolenza” deriva dal latino: “volere il bene”.

Con riferimento a questa traduzione, il volontariato non è “fare” il bene, bensì è “volere” il bene degli altri. Il cambio di prospettiva è enorme. La definizione così corretta è lacerante per un malinteso tanto diffuso e ormai sclerotizzato.

“Volere” il bene è ben più impegnativo che “fare”, e va incunearsi giusto nell’assioma che il bene deve essere fatto bene.

Una così sottile variabilità di significato morale del termine, richiama inevitabilmente il Vangelo di Marco 10, 17-31 (Mt 19, 16-30; Lc 18, 18-30). Un tale chiede a Gesù: Maestro, “cosa” devo “fare” per meritare la vita eterna? E Gesù risponde innanzitutto con uno sguardo d’amore, poi rovescia la prospettiva da “cosa fare” a “come essere” per seguirlo “portando la croce”.

Quel tale, che Marco chiama “uno”, Matteo “giovane” e Luca “notabile”, cioè persona conosciuta, se ne andò triste, perché possedeva molti beni. Messo davanti a una scelta radicale tra il “fare” e l’”essere”, diventa serio, triste, se ne va’.

Quest’ultima immagine è il paradigma di tanti “abbandoni” (Ho già dato. Basta!) che iniziano con la perdita di uno sguardo gioioso verso gli “altri”, proseguono con la seriosità (da non confondere con la serietà) che diventa tristezza.

C’è bisogno di sguardi gioiosi, di volti sorridenti, di spiriti allegri.

Per non perdere la carica dell’entusiasmo, bisogna smetterla di considerare sé stessi come il centro del mondo, come l’archetipo del volontario solo perché gratuitamente, senza compenso, si svolge servizio al bancone del bar del circolo. Per qualcuno è gratificante perfino solo il fatto di stare sulla pedana dietro al bancone, a mescere, a servire, a pulire. Anche questo sentimento diventa una pericolosa “rivalsa” personale sugli altri.

Aver passato il pavimento con lo scopone, aver asciugato i cerchi lasciati dai bicchieri sui tavoli, riposti i giochi nei rispettivi scaffali, sbattuto il tappeto della soglia di entrata, aggiustata la copertina sgualcita di un libro, smontati, lavati, stirati e riappesi i tendaggi delle finestre, intuita la difficoltà di un ragazzo che preferisce scalciare un pallone piuttosto che finire i compiti per casa, ascoltato un giovane deluso dagli amici, predisposto un bilancio ineccepibile, tenuto in ordine l’archivio, verificata la data di scadenza dei corsi HACCP, redatto correttamente il verbale del consiglio, perfezionata la pratica per la richiesta del contributo, trasmessi sollecitamente i file di tesseramento, ….. e sentirsi migliori per aver fatto tanto, …. non è “volontariato”. Dopo aver fatto tutto, e anche di più, bisogna aver la modestia di ritenersi inutili, perché altri al nostro posto avrebbero fatto meglio.

Dietrich Bonhoeffer, 39 anni, ucciso con impiccagione nel campo di sterminio a Flossemburg su ordine di Hitler il 9 aprile 1945 (pochi giorni prima della liberazione) per aver partecipato al complotto che prevedeva l’attentato (fallito) al dittatore, ha lasciato scritto che:

“Nessuno è troppo alto per un piccolo servizio al prossimo. La preoccupazione per la perdita di tempo che spesso un tale servizio materiale comporta, è segno di una eccessiva importanza attribuita al proprio tempo e lavoro. Dobbiamo essere pronti a lasciarci interrompere da Dio. Dio contrasterà sempre ogni giorno, le nostre vie e i nostri piani, mandandoci persone con le loro richieste e necessità. Possiamo passar oltre senza guardare a loro, preoccupati come siamo dell’importanza della nostra giornata, così come il sacerdote passò oltre senza curarsi dell’uomo caduto in mano ai predoni – forse era addirittura immerso nella lettura di un passo biblico. E così passiamo oltre senza vedere il segno della croce nella nostra vita, che vorrebbe indicarci il vero valore delle vie di Dio e non delle nostre.”

Commenti ( 2 )

  1. Rispondi
    Flavia says:

    ….MA BUON ANNO….COACH!!!!!
    SEMPRE SUL PEZZO…

    • Rispondi
      Enrico says:

      Flavia, viviamo costantemente sulla cresta dell’onda…

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