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Fisco e Terzo Settore

Fare il volontario costa perché impegna l‘individuo fino alla responsabilità personale. Da questo punto di partenza già quarant’anni fa la nostra organizzazione ha introdotto la garanzia assicurativa per i Tesserati non solo contro la responsabilità civile, ma – prima in Italia – anche contro l’infortunio.

Dai primi anni ’80 la legislazione italiana ha aperto qualche breccia nell’impianto fiscale riconoscendo agli Enti associativi regimi di favore ed esenzioni mirate. In questo spiraglio si sono incuneati i soliti “furbi all’italiana” per gestire vere imprese commerciali travestite da enti associativi, per non pagare dazio (tasse). Tanti sono stati beccati e bastonati, ma altrettanti sono ancora vivi e attivi in barba a minacce e sanzioni. (È recente la notizia di un circolo anziani – non NOI – della provincia di Verona, sanzionato dalla Guardia di Finanza per 800 mila euro)

Questa situazione ha giocoforza influito sul rigore che via via si è instaurato nel rapporto tra Fisco ed Enti senza scopo di lucro. Fino alla metà degli anni 2000 Enti e Ministero delle finanze hanno giocato di fioretto tra proteste e circolari dirigenziali. Un punto fermo fu l’applicazione alle associazioni senza scopo di lucro della Legge 398 del 1991, e la situazione si è ulteriormente chiarita con il D.Lgs 460 del 1997, che per la prima volta ha regolato le Associazioni di Promozione Sociale, oltre che aver istituito le ONLUS. La Legge 383 del 2000, poi ha detto la parola definitiva sulle APS. La Riforma del Terzo settore, entrata in vigore il 3 agosto 2017, pur con inevitabili e dovute precisazioni contiene l’impianto complessivo praticamente immutato.

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